Stagione: 2026

Juventus – Inter

Finale Bracco Cup 11 Woman’s Football

«L’attesa del piacere è essa stessa il piacere» si diceva in una vecchia pubblicità. Perché per avere questo verdetto si è dovuto attendere quella che è parsa un’eternità. Ci si è messo un rinvio dell’ultimo atto dell’Annovazzi, ci si è messa la pioggia e la grandine che hanno costretto il direttore di gara a sospendere la partita. Ma, a contribuire all’infinita meraviglia di questa finale, sono anche e soprattutto Inter e Juventus. Se si arriva ai rigori, se sono solo i penalty a decretare le campionesse dell’undicesima Women’s Bracco Cup, è grazie a loro. È grazie a Franceschi e al primo tempo perfetto delle nerazzurre. È grazie a Tarolla e alla reazione della formazione di Colombo che nel finale si arrocca in difesa, perché sa che dai nove metri può davvero fare la differenza. Perché sa che chi si presenta con il pallone in mano, raramente sbaglia. Una dimostrazione? Quattro ne battono, quattro ne segnano. Anche il più pesante. Anche il più difficile. Affidato al capitano. Ad Alisa Spellecchia. Palla da una parte, Arrigoni dall’altra. E alla prima partecipazione è già vittoria.

Affascinante. Come altro definire il Derby d’Italia? Juventus e Inter, Inter e Juventus, la storia di una rivalità che torna indietro negli annali. E che all’Annovazzi si incontra, nel femminile, per la prima volta. Anno di rivoluzione, quello del Torneo dell’Enotria. Perché, in qualsiasi caso, qualcosa è destinato a cambiare. Che sia il ritorno al successo delle nerazzurre, dopo l’anno del Milan, che sia il first try delle bianconere che dopo aver superato le rossonere si vogliono ergere a corsare all’ombra della Madonnina. Non ci resta che sedersi e godersi lo spettacolo. E l’inizio è lo specchio di queste due forze che si attraggono e si annullano. Con la fuga di Franceschi a cui risponde il tentativo dalla distanza di Grasso, scossa e risposta di una partita fin dai primi istanti viva. E che così vuole rimanere. Perché all’energica centrocampista piemontese le nerazzurre provano a rispondere con l’attacco alla profondità della nueve. Ribadendo che da qui può passare il vantaggio, anche se si fa fatica a cambiare l’iniziale equilibrio di Via Cazzaniga. Seppur l’incornata di Marando sibili pericolosamente vicino al palo. Anche se il sinistro di capitan Signorelli costringe Consentino alla parata plastica. E lentamente, Inter e Juve cominciano a parlare lingue diverse: c’è la lingua del fraseggio, comandato dal capitano di Bellini, che costruisce e serve Rizzotto, che però manda alto, c’è l’effetto sorpresa che si fa chiave tattica delle ragazze di Lombardo. Ed è sempre Franceschi che, a meno di dieci minuti dal duplice fischio, rischia di cambiare tutto. Di spezzare una fragile che si è trascinata per un quarto d’ora. Resistendo al ritorno del difensore, dopo aver con il pressing riconquistato la sfera. E se Consentino risponde al primo tentativo dell’attaccante dell’ex Sarnico, cinque minuti dopo non può nulla: perché si ritaglia lo spazio giusto, perchè scappa sulla sinistra e nessuno la prende più. E l’Inter si avvicina così a un clamoroso ritorno in cima alla Bracco. Perché dopo il vantaggio, sono le lombarde a confermarsi. Non nel risultato, che rimane invariato, quanto nel gioco e nel possesso. Con Molinari che da destra passa a sinistra e da subito inventa per Rizzotto. Ma alla fine del primo tempo l’1-0 non decide nulla.

E la rivoluzione di Bellini, che delle prime nove lascia in campo solo Rizzotto e bomber Franceschi, non si traduce, almeno nei primi istanti della ripresa, in una rivoluzione in campo. Anche se Avelino Maiolino sfiora il colpaccio. Con il pressing, riconquistando palla e colpendo un clamoroso palo. Che lascia tutto invariato, ma dimostra una cosa: la Juve è viva. E nonostante il brivido Piccaluga, su cui Lo Iacono risponde presente, è ancora in partita. Come dimostra il destro di capitan Spellecchia, che sibila pericolosamente alla destra di Arrigoni. Eccola, la reazione bianconera. Che dopo alcuni minuti di studio, si lancia alla ricerca del pari. Ed è proprio la sua bomber a riaprire tutto: a un quarto d’ora dal termine, Tarolla riceve e la gira in porta. E ora si riapre tutto, perché Franceschi sfiora ancora, perché l’Inter si rilancia subito in attacco. La Juve si arrocca, praticamente nella propria area. Le ragazze di Bellini si prendono la sfera e il suo controllo, senza più volerlo lasciare. Nonostante lo strappo di Sardi che illumina sulla destra. Ma ormai questa finale, questo Annovazzi, ha assunto la forma dell’infinito. E così, al duplice fischio l’1-1 manda direttamente ai calci di rigore. Quelli che con il Sarnico premiarono la Juve e che chissà se stasera riusciranno di nuovo a portare fortuna alla squadra di Colombo. Detto, fatto: perché le piemontesi sono glaciali, perché Spellecchia si prende carico del rigore più pesante – l’ultimo, dopo gli errori di Vetro e Della Morte – e lo mette lì dove Arrigoni non può arrivare. Consegnando, dopo un torneo eterno, con tanto di finale sospesa per grandine, la Women’s Bracco Cup alla Juventus.

 

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Inter – Milan

Finale Bracco Cup 45° Carletto Annovazzi

È successo di tutto. Non sono bastati sessanta minuti. Non è bastato un primo tempo di fuoco, marchiato dal gol di Ortolani e dalla replica di Crisci. Perché una sfida così non poteva decidersi in maniera banale. E allora ci sono voluti i calci di rigore per rendere la serata ancora più indimenticabile e degna di essere vissuta con il cuore a mille fino alla fine. Quel cuore che, inevitabilmente, batteva all’impazzata nel momento in cui Grimoldi si è presentato dagli undici metri, consapevole che quella sarebbe potuta essere l’occasione giusta per vestire i panni dell’eroe. E così è stato, perché il rigore del centrale rossonero è quello che manda il Diavolo in Paradiso. Sembra un ossimoro, vero? No, è pura realtà: Milano continua ad essere rossonera.

Ebbene sì, di fronte ci sono ancora loro. A 72 ore di distanza dalla battaglia del Vismara che ha permesso ai rossoneri di Artusa di staccare il pass per le fasi finali; ma anche ad un passo dalla possibilità di regalarsi una notte da sogno. Inter contro Milan, derby della Madonnina: è nuovamente una questione di famiglia tra cugini. Neanche il tempo di mettersi comodi che la partita si accende immediatamente. Con Fresolone che conclude di prima intenzione dopo l’intrigante trama costruita dal Diavolo. Ma soprattutto con capitan Ciancimino, vicinissimo alla rete del vantaggio dopo essersi involato alla grande verso la porta difesa da Tafuri. È solo questione di attimi? È solo questione di attimi. Perché ci pensa il 9 di Pedrinelli a propiziare subito dopo il vantaggio nerazzurro: altra incursione in area di rigore e tiro deviato sul palo, sul quale si avventa Ortolani scaraventando dentro il pallone a porta ormai sguarnita (6′). È il lampo che illumina via Cazzaniga, e innesca la reazione immediata dei rossoneri. Prima con la traversa – clamorosa – colpita da Colombo, poi con l’assolo vincente di Crisci: l’ala destra del Milan è glaciale davanti a Galliera e con tempismo perfetto ristabilisce immediatamente la parità (10′). Messa in discussione qualche istante più tardi da Kostyuk, la cui girata dal limite avrebbe sicuramente meritato maggior fortuna. Discorso analogo per Bernasconi, il cui urlo di gioia viene strozzato in gola dal miracoloso intervento difensivo di Silvestri. Sono questi gli acuti con cui Baratti & co. mandano un messaggio forte e chiaro ai nerazzurri: vogliamo il vantaggio. A dimostrarlo – dopo la sgasata sulla sinistra di Fresolone – è ancora bomber Kostyuk, con un colpo di testa dall’interno dell’area piccola che finisce incredibilmente alto. E intanto l’Inter cosa fa? Rimane ferma a guardare? Neanche per sogno. È nuovamente Ciancimino il più pericoloso, ma questa volta deve fare i conti con il provvidenziale colpo di reni di Tafuri. Niente da fare, il destino di entrambe verrà deciso nella ripresa.

Che comincia con la stessa intensità e gli stessi ritmi della prima mezz’ora. I ragazzi di Pedrinelli rientrano in campo con il piglio giusto, anche se è Fresolone a sfiorare il vantaggio: ancora una volta, però, tra i rossoneri e la gloria si frappongono i legni della porta. Allora bisogna riprovarci, affidandosi sempre alle armi più taglienti. Crisci, Colombo, Kostyuk e l’onnipresente numero 6, che costruiscono nuovamente i presupposti per impensierire la retroguardia avversaria. E rispondono all’asse PacciollaGiampieretti, capaci di presentarsi al match con una buona combinazione sviluppata da sinistra. Ma la chance più ghiotta della seconda frazione di gioco ce l’ha Guerrero, il cui tiro a giro – lento ma insidioso – si infrange sulla traversa. Nel mentre, il tempo scorre inesorabilmente e nessuno sembra in grado di primeggiare sull’altro. Nonostante la tempesta incessante che si abbatte sui ventidue in campo, e costringe a sospendere la partita per qualche minuto. Nonostante il tentativo del neo entrato Filippo Armento, ben schermato dalla difesa rossonera. Nonostante l’ultimo guizzo dell’ispirato Pacciolla. L’epilogo – per ora – è ormai scritto: si rimane con il fiato sospeso, si va dal dischetto. La serie dagli undici metri parte nel migliore dei modi per entrambe: segna Giampieretti – sebbene Tafuri devii il pallone con le dita – e lo fa anche Colombo. Freddi e impeccabili lo sono anche Filippo Armento e Tarabugi prima, Pacciolla e Fresolone poi. Ma l’equilibrio è vicino a spezzarsi, perché Manzotti calcia fuori e Rampoldi non trema. Allora, si entra nel momento cruciale del match: segnare per continuare a sperare da una parte, gonfiare la rete per incornarsi campioni dall’altra. Tutti gli occhi sono puntati su Buonaventuri e Grimoldi; il numero 18 nerazzurro non sbaglia, il difensore rossonero mette la parola fine con il rigore della liberazione. Adesso la festa può partire sul serio: 371 giorni dopo, via Cazzaniga è nuovamente rossonera.

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Atalanta – Inter

Spettacolo ne abbiamo? Assolutamente sì! Questo è l’unico presupposto per la seconda semifinale, tutta a tinte nerazzurre, del Torneo Annovazzi. Entrambe le squadre si danno battaglia sin dal primissimo minuto per raggiungere la Juventus in finale e tentare di portare a casa il trofeo. A un primo tempo in cui la squadra bergamasca è riuscita a creare numerose occasioni pericolose, risponde un secondo tempo ricco di gol, ma tutti con a firma del Biscione. Le ragazze di Bellini ribaltano completamente la gara grazie alla doppietta di Greta Della Morte e alla rete di Molinari, conquistando così il pass per la finale.

La partita inizia subito con l’Atalanta che non rimane succube del gioco meneghino, ma aggredisce alta l’Inter, impedendole di sviluppare il proprio gioco. La prima vera occasione arriva all’8’ per la squadra bergamasca: Colleoni, su punizione, mette in mezzo un tiro-cross molto insidioso. Il pallone arriva dalle parti di Arrigoni, ma sulla ribattuta nessuna giocatrice dell’Atalanta riesce a ribadire in rete il pallone rimasto vagante. L’Inter un minuto più tardi rischia grosso. Fiorentino, dal limite dell’area, calcia a incrociare, ma il pallone finisce sul palo lontano, graziando la difesa meneghina. Con il passare dei minuti, però, l’Inter prende campo e fiducia, arrivando con maggiore continuità dalle parti di Taiocchi. Al 14’ ci prova Calderoni, che da fuori area lascia partire un’ottima conclusione: il pallone però non gira abbastanza ed esce alla destra del portiere. La squadra meneghina entra sempre di più in partita e al 25’ sfiora il gol con Lucianò, che da fuori area tenta di sorprendere l’estremo difensore bergamasco: il pallone scende improvvisamente e si infrange sulla traversa, con l’Inter che vede svanire la possibilità di chiudere il primo tempo in vantaggio.

Nonostante l’ottimo finale di primo tempo dell’Inter, l’avvio della ripresa è ancora bergamasco. Premoli arriva sul fondo e mette in mezzo uno splendido pallone solo da spingere in rete, ma sia Fiorentino sia Muttoni mancano l’impatto con la sfera. Dopo questo primo grande spavento, la squadra meneghina inizia a carburare fino a trovare il gol al 16’ con Della Morte, la più reattiva su un pallone rimasto vagante in area, che ribadisce in rete il vantaggio nerazzurro. L’Atalanta sembra accusare il contraccolpo psicologico e non riesce più ad arrivare con la stessa frequenza nell’ultima trequarti. Al contrario, l’Inter prende sempre più fiducia e continua a creare occasioni, tenendo costantemente sotto pressione la difesa avversaria. Al 18’ arriva infatti il raddoppio, con Molinari che non può sbagliare il tap-in dopo l’ottimo lavoro della catena di sinistra: un gol che porta l’Inter sul 2-0. La gara sembra ormai chiusa e, nel finale, arriva anche il 3-0. Della Morte fa tutto da sola e lascia partire una conclusione a fil di palo su cui l’estremo difensore atalantino non può nulla, mettendo definitivamente il sigillo sulla qualificazione alla finale, che quest’anno sa di Derby d’Italia.

In una gara molto complessa, se non poteva sbloccarla lei, chi altri? Ovviamente Greta Della Morte. Una rapidità di gamba e una facilità di calcio impressionanti, che mandano in tilt la difesa bergamasca e mettono il sigillo sulla vittoria meneghina. Accanto a Batman, però, c’è sempre Robin. E che Robin: Molinari. Per tutta la gara trasforma la fascia destra in fuoco e fiamme, nonostante la retroguardia avversaria le abbia riservato un’attenzione particolare dall’inizio alla fine.

In un’Atalanta che ha dimostrato di poter reggere il confronto contro una grande squadra come l’Inter, spicca sicuramente la prestazione di Colleoni, che ha messo lo zampino in quasi tutte le azioni pericolose della Dea e nella prima frazione ha sfiorato più volte il gol. Chissà come sarebbe andata se la numero 7 avesse trovato la rete del vantaggio. Inoltre, non si può non citare la grande prestazione di Fiorentino, vero riferimento offensivo della squadra bergamasca. Dal primo minuto ha spesso cercato la profondità, allungando la difesa avversaria e permettendo alle compagne di inserirsi. Da sottolineare anche il grande lavoro spalle alla porta, che raramente finisce nel tabellino finale ma che si rivela fondamentale per tutta la squadra.

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Milan – Monza

Il derby lombardo tra Milan e Monza è stato un concentrato di tecnica, capovolgimenti di fronte e una resilienza agonistica encomiabile da parte di entrambe le compagini. Al termine dei tempi regolamentari, il tabellino recita un 2-2 specchio fedele di una partita in cui nessuno ha voluto alzare bandiera bianca, salvo poi portare la vittoria ai rossoneri dopo i tiri di rigore, dove Tafuri ha vestito i panni dell’eroe e Crisci ha chiuso i conti. Sarà finale quindi, e l’Inter non è il più semplice dei clienti.

L’avvio di gara è tutto di marca brianzola. Il Monza approccia il match con una ferocia agonistica impressionante, cercando di schiacciare i rossoneri nella propria metà campo. Già al 1′Bini mette il turbo sulla corsia di sinistra servendo un pallone d’oro per Faggiano. Quest’ultimo, dall’out di sinistra, tenta un diagonale velenoso che sibila accanto al palo, facendo strozzare in gola l’urlo del gol ai tifosi biancorossi. Il forcing del Monza prosegue al 3′, ancora con Faggiano protagonista: la sua conclusione sul secondo palo mette i brividi alla retroguardia milanista, ma la mira è ancora leggermente imprecisa. Nonostante la pressione ospite, il Milan colpisce alla prima vera occasione. All’8′, un lancio millimetrico dalle retrovie scavalca il centrocampo e pesca il Toro Crisci. L’attaccante rossonero mette in mostra tutto il suo repertorio: aggancio sontuoso, penetrazione di forza in area di rigore dove salta seccamente due avversari e, a tu per tu con Manenti, rimane freddissimo insaccando il gol dell’1-0. Il Monza però non demorde e al 14′ ha subito l’occasione per pareggiare dagli undici metri. Sul dischetto si presenta Melotto, ma l’esecuzione non è impeccabile e la palla termina fuori, lasciando il Milan in vantaggio. Il pareggio è però solo rimandato. Al 22′, infatti, Milesi sale in cattedra: riceve un pallone difficile, lo controlla magistralmente con il sinistro e lascia partire un diagonale chirurgico che si spegne alla destra del portiere. È l’1-1 che chiude una prima frazione di gioco intensissima.

Proprio nel momento di massimo sforzo del Monza, il Milan torna avanti. Prima è Smelzo a trovare l’ennesima parata da copertina – sugli sviluppi di una punizione dalla sinistra – salvando i biancorossi, mentre due minuti più tardi neanche lui può nulla. Al 14′Colombo scende sulla sinistra e pennella un cross rasoterra che attraversa tutta l’area piccola; sul secondo palo si avventa Tarabugi che, da due passi, non può sbagliare. È il 2-1 che sembra poter indirizzare la gara verso i colori rossoneri. Ma il Monza ha dimostrato di avere sette vite. Al 21′, un’azione corale di rara bellezza riporta il match in equilibrio: uno scambio rapido tra Grassi e Faggiano, palla a Pirrello che vede l’inserimento di Galuppo e gli serve un pallone solo da spingere in rete. Il pareggio del 2-2 scatena la gioia della panchina brianzola. Nel finale, i biancorossi hanno addirittura la chance per il colpaccio. Al 29′, il solito instancabile Faggiano mette l’ennesimo cross della sua partita, Galuppo controlla bene a centro area ma calcia alto sopra la traversa fallendo il match point. Il triplice fischio dell’arbitro decreta la fine dei tempi regolamentari rinviando tutto ai rigori. Dagli undici metri Tafuri diventa subito decisivo, mentre il rigore che fa esplodere la curva rossonera e manda il Milan in finale lo segna Crisci, chiudendo così una notte magica per la squadra di Artusa.

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Inter – Juventus

Il fascino del Derby d’Italia non conosce età, e la sfida tra Inter e Juventus dei classe 2012 ne è la prova tangibile. Sul terreno di gioco dell’Enotria è andato in scena un monologo nerazzurro, una prestazione corale di altissimo livello che ha visto la formazione di casa imporre il proprio ritmo sin dai primi battiti del cronometro, lasciando ai bianconeri solo le briciole di un match deciso dalla qualità tecnica e dalla fame agonistica dei ragazzi in maglia nerazzurra. 3-0 e finale conquistata. E in finale sarà un altro derby, un po’ più sentito…

L’approccio dell’Inter è feroce. Sin dal fischio d’inizio, i nerazzurri prendono il controllo delle operazioni, occupando stabilmente la metà campo avversaria. Già al 2′, l’Inter si rende pericolosa per vie centrali: Gianpieretti riceve palla in una zona nevralgica, si libera per la conclusione ma il suo tiro finisce alto sopra la traversa. È il primo segnale di un assedio che non tarderà a produrre frutti. Pochi minuti dopo, al 7′, è Guerrero a salire in cattedra. L’ala nerazzurra si accentra con agilità, mandando a vuoto il diretto marcatore, ma la sua conclusione pecca di precisione e si spegne a lato. La Juventus fatica a imbastire una reazione, schiacciata da un pressing alto che toglie respiro alla manovra di costruzione bianconera. Al 15′, sale la pressione: Ciancimino, autore di una prova maiuscola, scatta sul fondo e mette al centro un pallone velenoso che attraversa tutta la porta, scorrendo pericolosamente a filo tra i due pali senza trovare la deviazione vincente. È il preludio a quello che accadrà nella ripresa. Se nel primo tempo la Juventus era riuscita faticosamente a mantenere la porta inviolata, il secondo tempo si trasforma in un incubo per la difesa ospite. Da sottolineare, però, sponda bianconera le prove del duo d’attacco Dwomo-Amadio, sempre attivi lì davanti e spesso anche ad aiutare in ripiegamento.

Al 6′ della ripresa, l’equilibrio si rompe definitivamente. Ventura pennella un cross perfetto dalla fascia, un pallone che chiede solo di essere spinto in rete: Ortolani legge la traiettoria con un tempo d’inserimento da manuale, svetta in anticipo sulla difesa bianconera e di testa trafigge il portiere per l’1-0. L’Inter ne approfitta subito per raddoppiare. All’11′, un’azione corale da applausi: palla filtrante in area, Sperati lavora un ottimo pallone di sponda proteggendo la sfera e servendo uno scarico perfetto per l’accorrente Ciancimino. Il numero 9 nerazzurro non ci pensa due volte e scaglia un mancino a incrociare che si insacca nell’angolino basso. È il gol del 2-0 che mette in ghiaccio la partita. Ma lo show di Ciancimino non è finito. Al 16′, l’attaccante nerazzurro decide di mettersi in proprio per firmare la doppietta personale. Riceve palla sulla corsia sinistra, accelera puntando Marchisone e lo scarta con una finta secca. A quel punto si trova a tu per tu con Nichitean, il portiere juventino tenta l’uscita disperata ma Ciancimino lo evita con una freddezza glaciale, depositando il pallone in rete per il 3-0. Il triplice fischio sancisce una vittoria netta e meritata per la squadra di Pedrinelli.

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Juventus vs Milan

Al primo tentativo. Alla prima apparizione nel torneo. Niente male, no? Per la Juve di Lombardo è già un Annovazzi magico. Ed estremamente cangiante. Una caleidoscopica avventura fra le mura dell’Enotria, che dopo la sofferenza e il cuore mostrato nei quarti col Sarnico, ha assunto un colore ben diverso. Una forma ben diversa. Quella di una squadra che con il Milan è partita forte e ha deciso di non lasciare mai il gas. A partire da chi, da capitano, dà il buon esempio. Spellecchia regala la tripletta, poi costruisce e prepara a una Tarolla che si conferma centrale in questa competizione. E se Venditto ci prova, sono Avelino Maiolino e Coggiola a mettere il punto esclamativo. E a rompere una “tradizione”: la finale della Women’s Bracco Cup non sarà un derby. O almeno, non quello della Madonnina.

Due rette coincidenti sono per natura destinate a incontrarsi. Prendono direzioni opposte, ma devono giungere allo stesso luogo. Così nella geometria, così nella vita vera. Così, calcisticamente, all’Annovazzi. Perché i quarti di finale del Milan passano dalle certezze di Lucchetti e Nembri, perché il martedì Juve passa dall’eterna sfida con il Sarnico. Resettare per andare avanti, perché ciò che importa è essere arrivati fin qui.

E l’inizio Juve è perfetto. Perché servono solo sessanta secondi, un giro di orologio che basta alle bianconere per passare avanti. Trovando Spellecchia sola al centro, con un tap-in che si traduce in 1-0. Quello che le ragazze di Lombardo vogliono consolidare nei minuti successivi. Perché le rossonere vogliono giocare dal basso. Con Petruzzellis che prova a tenerla col fisico, con Lucchetti che cerca di gestirla. Ma gli spazi sono pochi. Chiusi dal centrocampo torinese, che ricerca Tarolla appena ne ha l’occasione. E aiutate da un pressing incessante, le piemontesi rimangono sempre, costantemente lì. E con la giusta verticalizzazione, con l’inserimento del suo capitano, ecco il raddoppio. Eccola la doppietta.

Eccola, la garra rossonera. Quella che allontana la sfera dai guantoni di Metrangolo, che porta le rossonere a potersi giocare qualche carta in più davanti. Anche se, in questi primi venticinque, l’asso pigliatutto, quello che rompe il banco, è ancora il diez ospite. Quello che dopo aver concesso la doppietta, rompendo le linee al centro, si reinventa esterna e scappa sulla destra. E dal suo piede passa l’assist – più o meno – per la sua compagna con la nove sulle spalle. Appoggio in porta e vantaggio di tre. Che dura poco, una manciata di minuti. Perché il Milan si aggrappa al cap e al destro potentissimo di Venditto: la prima guadagna la punizione, la seconda la realizza. E a cinque dal duplice fischio si riaccende la fiamma del Diavolo. Che prova a rilanciarsi, a riaprire ogni discorso prima dell’intervallo. Aiutato dai guantoni del suo portiere. E dalla grinta di Bruni. C’è ancora tempo.

Anche perché in trenta secondi Modric bussa alla porta di Lo Iacono: sinistro deviato che il portiere bianconero manda in angolo. Lasciando che sia ancora il suo capitano a prendersi la scena. Spellecchia raccoglie dal limite e insacca la tripletta. Lo squillo rossonero trova risposta immediata. Nel risultato e nel gioco delle ragazze di Lombardo. Con Benedettino che tenta l’eurogol da posizione defilatissima. Con una Juve che gestisce e cerca di prendersi il possesso. Fraseggiando e lavorando a centrocampo. E lasciando che la partita tenda lentamente verso l’equilibrio. Si prova a ripartire sfruttando la velocità di Noujoum. E Fabbia che vuole sorprendere direttamente da centrocampo. E lentamente, mentre si entra nei dieci minuti finali, la partita assume un canovaccio chiaro. Preciso. Perché è vero che il Milan si prende il fraseggio. Si prende gli spazi a centrocampo. La Juve accetta, ma non soffre e sorprende. Come fa la girata di Avelino Maiolino: perfetta, nell’eludere la marcatura, nel continuare a lavorare spalle alla porta – come aveva fatto per tutta la ripresa – e regalare alle piemontesi la manita. Come fa Coggiola, che trova lo spazio per scappare, guadagnandosi il rigore. E, dopo la prima risposta di Fadigaribadisce in rete il sesto gol bianconero. Cara Juve, 6 bellissima. E alla tua prima apparizione all’Annovazzi sei già in finale.

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Rhodense – Atalanta

Tris all’esordio all’Annovazzi in questa stagione. Tris di vittorie alla partenza del campionato primaverile. In Lombardia – e soprattutto nel movimento – si conosce bene la Rhodense e il suo modus operandi. In tutte le categorie, con le Giovanissime che si trovano ora a difendere il titolo di campionesse di Lombardia. E che vogliono puntare anche alla top-4 dell’Annovazzi. Con le Prof già alle semifinali, con l’Atalanta che di fronte a loro ha la stessa aspirazione.

E l’inizio è prorompente, dirompente, per Okungbowa e per le milanesi. Che con la nueve si presentano davanti a Taiocchi, costretta al fallo dal dribbling. Costretta al miracolo, sempre sull’attaccante, sul rigore che ne scaturisce. Doppio, se consideriamo il riflesso anche su Sara Creanza. Che arriva per ribadire in rete, dopo il primo intervento dell’estremo difensore nerazzurro, ma che si deve arrendere ai suoi guantoni. Il secondo quarto di finale inizia così. E continua su questa falsa riga. Almeno nei primi venticinque minuti. Perché il portiere bergamasco si ripete sulla quindici di Via Cadorna, perché è vero che le arancionere si prendono il pallino del gioco, ma è altresì vero che a passare avanti, per una manciata di minuti, è la DeaChe non fallisce dal dischetto: Valassina tocca, ma non evita la gioia di Colleoni. Quella che innesca la risposta arancionera. Perché il vantaggio dura cinque minuti, perché a riposo si va sull’1-1. Con un movimento già visto e ripetuto nel corso della prima frazione. Imbucata per Nelly e stavolta l’1 avversario non può nulla.

Ma il pari sembra essere messo da subito in pericolo. Dalle nerazzurre che ripartono fortissimo, che schiacciano fin da subito sull’acceleratore. Dalle ragazze di Rho che si schiacciano, ma cercano di essere pericolose in contropiede. Così, si stabilizzano i primi dieci della ripresa. Dodici, a ben guardare. Perché a rompere l’equilibrio, a spezzare le catene dell’1-1, ci pensa Centonze. Break perfetto, di forza, nella difesa di Naddeo e pallone in rete. È fuga Atalanta. È risposta Rhodense. Di nuovo, seguendo però il canovaccio del secondo tempo. Sofferenza, ripartenza. Fino all’ultimo secondo. Quando lo squillo di Sara Botta sembra trascinare la sfida ai calci di rigore: tiro cross, colpo di reni clamoroso di una Taiocchi che sembrava battuta, ma che con un riflesso butta il pallone fuori dalla porta. Il palo per tenere tutto invariato, il triplice fischio per dare conferma: fra i complimenti reciproci del pubblico, Zonca va in semifinale.

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Cremonese – Milan

Mancano diciannove giorni al 29 marzo. Diciannove giorni che ci separano dalla sfida dell’interregionale fra Milan e Cremonese. Diciannove giorni in cui potrebbe succedere di tutto. Perché le rossonere – con tante sottoetà – si son ritrovate a risalire la china dopo la falsa partenza nel derby con l’Inter. Tre vittorie, e ora si cerca la quarta. Nel frattempo, però, c’è anche la Cremo. Che esce dalla sfida thriller con il Como – conclusasi dopo tredici calci di rigore – e che vuole regalarsi il sogno qualificazione.

E con quel coraggio le grigiorosse ricominciano all’Enotria. Perché il Diavolo inizia forte, premendo subito sull’acceleratore. Con Venditto a lavorare sull’out di sinistra, con due pali in un minuto – della tredici prima, di Petruzzellis poi – a negare il vantaggio rossonero. Senza però rallentare un ritmo che comincia a puntare sempre più su. Eppure, le ragazze di Martelletti reggono all’urto. E senza paura, provano a risalire, aiutate dal piede di Venturelli che risponde al capitano di Sacchi. E, pur rischiando su Bruni, manda sul legno la sfera. Poi un break, un lampo di Sampaolesi: che spacca il campo e serve in profondità Lucchetti. Lì davanti non sbaglia e cambia tutto. La formazione del campione d’Italia passa con la verticalizzazione giusta e così prova a ripetersi . Con lo stesso movimento del suo attaccante, che vuole sorprendere così la marcatura fissa di Marenghi. Ma dopo l’1-0, la Cremo non è uscita dal campo. Ci è rimasta, cercando subito la risposta. E se ancora si sfiora il raddoppio – rasoterra di Jacchetti prima, inserimento della sette poi – al duplice fischio si rimane così. Perché è vero che il Milan lavora sulle fasce e costruisce spazi al centro, ma è altresì vero che un solo gol di vantaggio non decide niente.

E questo, il Diavolo, lo sa bene. Perché la ripresa è un copia e incolla dei primissimi minuti del match. Riversate nella metà campo avversaria, alla ricerca dello spazio giusto. Quello lasciato per sfiorare la doppietta, quello che si crea Petruzzellis, chiusa solo a un clamoroso intervento al momento del tiro. Dopo aver persino scartato il portiere. Prima di smarcarsi con un taconazo bello e fortunato, prima che Pacchioni deviasse sulla traversa un destro velenosissimo. Quattro, anzi no. Quinto legno del Milan, vista l’incornata di Lucchetti che sbatte sul palo. Ora però è tutta un’altra storia. Non nel risultato, per adesso, ma nell’andamento. Seppur qualche metro la Cremonese riesca a riguadagnarlo. Con lo squillo Mihali da posizione defilatissima. Con la punizione di Marenghi che costringe Mairiga a mandare in angolo. Perché dopo dieci minuti difficili, le grigiorosse stan provando a regalarsi un’ultima chance. Azione, reazione, controreazione. Con la parola d’ordine che lentamente diventa l’equilibrio. Come due forze opposte che si annullano. Legge fisica. Che Nembri riesce a spezzare, raccogliendo un pallone vagante e spedendolo subito in porta. Eccolo, il gol della sicurezza. Che si costruisce nei cinque finali, provando il tris e allontanando il pericolo. E nell’ottica che la miglior difesa è l’attacco, sono le Sacchi girls a prendersi le semifinali.

DISTINTA GARA

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Ponte SP Mapello – Inter

Il calcio, si sa, è un gioco di centimetri e di momenti. Se la sfida tra Inter e Ponte Mapello fosse stata un incontro di boxe, ai punti il primo tempo si sarebbe concluso con un pareggio nervoso, fatto di scambi rapidi e guardie alte. Ma il calcio si gioca in rete, e alla fine a esultare sono i nerazzurri, capaci di capitalizzare l’unica vera crepa in un muro gialloblù che pareva invalicabile (1-0). Ciancimino eroe per una notte, e chi lo sa che non possa esserlo anche tra un settimana con la Juventus

La prima frazione è un monologo nerazzurro nel possesso, ma un soliloquio sterile negli ultimi sedici metri. L’Inter manovra, cuce il gioco tra le linee e cerca con insistenza la profondità, ma sbatte sistematicamente contro l’organizzazione difensiva del Ponte Mapello. Manca l’ultimo passaggio, quella scintilla capace di trasformare la mole di gioco in effettivo pericolo. Dall’altra parte, gli ospiti non restano a guardare. I ragazzi di Beretta adottano una strategia di attesa intelligente: affondano meno colpi, ma ogni volta che riconquista palla e ripartono in transizione, danno la netta sensazione di poter far male. La difesa interista deve restare alta e concentrata per non farsi sorprendere dalle verticalizzazioni improvvise di una squadra che sa esattamente come ferire in contropiede. Il secondo tempo si apre con un’Inter più convinta. Al 5’ arriva il primo squillo: Ventura trova lo spazio per la conclusione a botta sicura, ma Rillosi si immola, respingendo il pallone con il corpo e salvando i suoi. Il Ponte Mapello risponde subito al 7’: Colleoni pennella un cross perfetto dalla fascia, Di Matteo svetta più in alto di tutti ma la sua incornata sibila di poco a lato del palo, gelando la panchina nerazzurra.

Al 16’, però, la partita si spacca. E a spaccarla è un difensore con l’anima da fantasista: Multari. Il centrale interista parte palla al piede dalla propria metà campo, mette il turbo e salta tre avversari in una cavalcata prepotente. Arrivato al limite, allarga con intelligenza per Giampieretti sulla destra; la conclusione di quest’ultimo viene respinta da un attento Cappella, ma sulla palla vagante si avventa come un falco Ciancimino. È il gol del vantaggio, una rete di rapina che premia l’opportunismo dell’attaccante e la follia agonistica di Multari. Il Ponte Mapello non ci sta a tornare a casa a mani vuote e alza il baricentro. Al 21’ l’occasione del pari passa dai piedi di Taramelli, servito con generosità da Baldis: la sua conclusione sembra destinata al sacco, ma Tomasini Zoppi vola e con una smanacciata prodigiosa devia al di là del palo. L’ultimo brivido della gara arriva al 29’ e porta la firma del solito Baldis: su un cross dalla destra, l’attaccante tenta il gesto tecnico della domenica, una mezza rovesciata coordinata e potente che però non trova lo specchio della porta per una questione di millimetri. Al triplice fischio è festa Inter, ma il Ponte Mapello esce dal campo con l’onore delle armi e il rammarico di non aver concretizzato un volume di gioco importante.

DISTINTA GARA

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Lecco – Juventus

In una sfida che ha ricordato più un ottovolante che una classica partita di calcio, la Juventus mette in mostra tutto il suo arsenale offensivo, superando un Lecco mai domo che ha saputo soffrire e pungere nei momenti di massima pressione (5-3). Una gara giocata a ritmi altissimi, dove le difese hanno spesso dovuto lasciare il passo a giocate individuali di alta scuola e a una foga agonistica d’altri tempi. Alla fine la Juventus la spunta e ora in semifinale troverà l’Inter.

L’avvio è tutto di marca juventina. Già al 5’ Generosi lancia il primo segnale: un movimento a convergere dalla fascia per scaricare il mancino, trovando però un Nichitean attentissimo nella parata bassa. È solo il preludio al vantaggio, che arriva sessanta secondi dopo: sugli sviluppi di un corner, dopo una doppia miracolosa opposizione di GrigoliMarchisone è il più lesto di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Il Lecco accusa il colpo e la Juve raddoppia immediatamente al 7’. È un’azione da manuale: velocità d’esecuzione e verticalità portano Yano al limite dell’area; l’attaccante entra nei sedici metri con eleganza e fulmina il portiere sul palo più lontano. La partita sembra già indirizzata, specialmente quando al 15’ Graneri cala il tris, risolvendo una mischia dopo una respinta corta di Grigoli su un velenoso cross dalla destra. Il Lecco prova a scuotersi con una conclusione di Leshi da centrocampo, ma Nichitean controlla senza affanni. La tenacia ospite viene però premiata al 24’: Corbetta ara la fascia destra e pennella un traversone perfetto per Tentori, che in spaccata acrobatica sul secondo palo accorcia le distanze, firmando una rete di pura voglia.

La ripresa si apre con un Lecco molto più aggressivo. Al 7’ serve un super intervento di piede di Grigoli per negare la gioia del gol ad Amadio, ma è al 9’ che la partita vive il suo momento chiave: Corbetta ispira ancora Tentori, la conclusione a botta sicura supera il portiere ma trova l’incredibile salvataggio sulla linea di un eroico Marchisone. Dal possibile 3-2 si passa al poker juventino in un battito di ciglia. All’11’, Amadio decide di scrivere il suo nome nel tabellino con una prodezza balistica: un pallonetto millimetrico che scavalca il portiere in uscita, una parabola che sembra disegnata con il compasso. Il Lecco non ci sta e un minuto dopo risponde colpo su colpo: Berardis lavora un ottimo pallone al limite e serve Dogari, il cui diagonale non lascia scampo per il 4-2. Il forcing finale vede la Juve allungare ancora al 14’ con un’incornata imperiosa di Tosetto su angolo dalla sinistra, ma l’ultima parola spetta allo spirito indomito dei blucelesti. Al 25’, Abdelhamid incarna perfettamente la grinta lecchese: pressa ferocemente il portiere avversario sulla costruzione dal basso, gli ruba il tempo e deposita in rete il gol che chiude le marcature.

DISTINTA GARA

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